La guerra dei lobbisti
Alberto Mingardi:"Il mancato intervento sulle farmacie e il rinvio della vicenda dei taxi, non sono due belle situazioni agli occhi di chi guarda la nostra politica economica»."
Per i tassisti c'è addirittura un emendamento ad hoc. Ma in maniera più plateale anche le lobby del credito, delle assicurazioni, delle municipalizzate e delle professioni hanno tentato di frenare gli impeti liberalizzatori di Mario Monti. Sembra passato un secolo dal discorso programmatico in Parlamento dell'ex rettore della Bocconi nel quale si parlava di "interventi strutturali" contro gli ostacoli - professioni e interessi locali - su tutti - che intralciano lo sviluppo.
Il governo Monti e la sua manovra, secondo Carlo Scarpa, professore di Economia industriale alla Università di Brescia e redattore del sito La Voce.info, rischiano di rimanere «bloccati di fronte al Parlamento da sempre condizionato dalle logiche di lobby e interessi, essenzialmente di bassa bottega. È ricominciato l'assalto alla diligenza. Stando così le cose il governo non può che prenderne atto, anche perché parliamo di un esecutivo che ha una maggioranza tutta da verificare. Non sono mai stato tra quelli che ritenevano questo governo in grado di fare sfracelli. La ragione è molto semplice: l'esecutivo fa delle proposte che devono passare al vaglio dfl Parlamento, dal quale dipende interamente e nel quale le lobby sono molto forti. Speriamo che Monti ce la faccia».
Anche l'analisi di Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Bruno Leoni, si differenzia di poco: «Ci troviamo in presenza di un governo di grande coalizione, nel quale le forze coinvolte tendono a schermare i gruppi sociali che li votano. In questo caso il centrodestra si è impegnato a portare a casa il punto della bandiera su tassisti e farmacie. Due capitoli che non incidono in maniera rilevante sulla crescita, ma si tratta di settori che sono in stretta relazione con il marchio di fabbrica di Mario Monti, ex commissario europeo alla Concorrenza. Il mancato intervento sulle farmacie che era di grande buonsenso, nel tentativo di renderle un presidio del servizio sanitario nazionale, e il rinvio della vicenda dei taxi, aperta da anni, non sono due belle situazioni agli occhi di chi guarda la nostra politica economica».
Le liberalizzazioni sono sempre indicate tra le misure che dovrebbero far ripartire la crescita economica e secondo uno studio di Bankitalia ha calcolato che la piena liberalizzazione del settore dei servizi libererebbe una creazione di ricchezza pari a 5 punti di Pil nei primi tre anni, e 11 nel lungo termine. Secondo Mingardi con queste premesse «dal punto di vista della crescita partiamo molto male. Si registra un aumento vistoso della pressione fiscale che non certo aiuta lo sviluppo, come sostengono sia i liberisti sia i keynesiani. E dalle prime dichiarazioni di alcuni ministri si ha l'impressione che si vada verso interventi di carattere pianificatorio dirigista, piuttosto che verso le liberalizzazioni. Per esempio quando il governo Monti rispolvera l'idea, francamente demenziale, di un piano nazionale degli aeroporti, ignorando che negli ultimi tempi la pur caotica situazione ha significato prezzi più bassi e che un piano nazionale farebbe soltanto il gioco della compagnia di bandiera. Cominciano quindi a sorgere dubbi su quanto stiano a cuore le liberalizzazione a questo governo».
Il professor Scarpa precisa che occorre «intendersi di quali liberalizzazioni parliamo. Nel loro complesso sarebbero importanti, su tutte quella dei servizi pubblici locali e delle professioni. Quella dei taxi non incidono in maniera così determinante sulla crescita della nazione, anche perché riguarderebbe poche città italiane. Roma e Milano su tutte e resto sorpresa dalla capacità di interdizione dei tassisti». A conferma di questa tesi si è subito registrata la soddisfazione del sindaco della Capitale Gianni Alemanno per la decisione di stralciare la posizione dei tassisti dal pacchetto liberalizzazioni.
Eppure la famosa lettera della Bce che indicava le misure da adottare è chiara anche su questo argomento. Ma, secondo Mingardi, rispetto a quelle indicazioni «l'unica cosa sulla quale ci siamo allineati è stata l'importantissima riforma delle pensioni, Per il resto non ci sono interventi sul mercato del lavoro, sulla riduzione dei costi della pubblica amministrazione, sulle privatizzazioni. In linea di massima si può concordare che le riforme non si fanno nelle manovre, però se l'assegno da firmare per far passare la manovra deve essere questo, forse, qualche problema c'è».
La spiegazione, secondo il direttore dell'Istituto Bruno Leoni, che si sia riusciti a far passare la riforma delle pensioni è nella scelta del ministro: «La scelta della professoressa Elsa Fornero ha risposto a una logica precisa: occorreva qualcuno che ci mettesse la faccia. Così è stato con il ministro del Welfare che è un esperto del settore e una donna di carattere. Ma non c'è nel governo una figura analoga per le liberalizzazioni, anzi il titolare dello Sviluppo economico è stato un grande banchiere ed è associato nel dibattito pubblico a tutta una serie di cose che vanno nella direzione opposta rispetto a un mercato liberalizzato. Anzi Passera, in più di un'occasione, ha sostenuto che bisognava uscire da una logica mercatista e individualista. La conformazione di questo governo in chiave liberale è legata alla figura di Monti stesso, impegnato a fare il primo ministro e l'ufficiale di collegamento con l'Unione europea».
I mercati da mesi campanello d'allarme della crisi mondiale e delle condizioni politiche dei singoli Stati hanno salutato con favore la manovra esposta da Monti, ma da qualche giorno danno evidenti segnali di nervosismo. Su questo argomento il professor Scarpa aggiunge: «I mercati stanno già reagendo in modo negativo da giorni. La spiegazione è molto semplice: nel momento in cui ci si rende conto che Monti non ha la bacchetta magica e deve avere l'approvazione di un Parlamento, insufficiente e imbelle, che prima non produceva nulla e non sembra abbia voglia di fare qualcosa oggi le Borse si comportano di conseguenza. E parliamo di una classe politica che ha dimostrato tutta la sua inettitudine».
Piercamillo Falasca, in un articolo dal titolo "Lo stop alle liberalizzazioni: il frutto del ricatto", pubblicato su Libertiamo.it, il webmagazine dell'associazione presieduta da Benedetto Della Vedova, ha commentato amaramente il clima che si respira sulle liberalizzazioni inserite nella manovra: «C'erano le tasse in più, amaro epilogo di un decennio senza riforme, ma c'era anche un primo pacchetto di liberalizzazioni fin dal 2012, segno del tentativo del premier Monti di affiancare alle severe misure per il risanamento finanziario, l'intervento sulle pensioni e gli aggravi fiscali, una strategia a più riprese per il rilancio dell'economia italiana. Con la scelta improvvida di prorogare al 2013 l'entrata in vigore delle norme di apertura economica previste dall'articolo 34 della manovra, di escludere espressamente i taxi dai settori liberalizzandi e di ridurre la portata dell'articolo 32 sui farmaci di fascia C, la manovra perde buona parte della sua portata innovativa».

Da Liberal, 14 dicembre 2011
Privacy Policy
x