Liberalizzazioni si naviga a vista
Finché il governo è azionista di maggioranza tenderà a bloccare la concorrenza, come emerge dall'Indice delle liberalizzazioni IBL
Le misure del governo sono state certamente apprezzate dai mercati. Bene: quando si è sull'orlo del baratro, primum vivere deinde philosophari.
Tuttavia, come lo stesso presidente del Consiglio, Mario Monti, ha ricordato, la vita del governo tecnico non finisce qui e, secondo le raccomandazioni contenute anche nella famosa lettera della Banca centrale europea, è urgente metter mano ad incisivi processi di liberalizzazione e privatizzazione.
Partendo da quest'ultimo capitolo, sarebbe bene che Monti, con la sua autorevolezza di economista, la proprietà di linguaggio che lo contraddistingue e i convincimenti liberali di cui è portatore, spiegasse ai cittadini perché è bene vendere i beni pubblici. Finora le privatizzazioni sono state quasi sempre giustificate con la necessità di fare cassa, abbattere il debitopubblico e conseguentemente risparmiare sugli interessi. Giustissimo: in un periodo di tassi alti, poi, i risparmi sono più evidenti. Se il governo mettesse sul mercato proprietà per 200 miliardi (cifra ragionevolissima visto che si calcola che l'insieme del patrimonio pubblico si aggiri sui 7800 miliardi), congliinteressi deiBtp a1516% (cioè meno di oggi) si risparmierebbero 12 miliardil'anno, metà della manovra varata domenica.
Ma non è tutto: il privato non è perfetto, ma le recenti tristi vicende di Finmeccanica, diAlitalia, di Tirrenia, di molti acquedotti pubblici, della Rai, di Fincantieri, ci insegnano che le aziende in mano al Leviatan o possono ingenerare perdite enormi che poi devono essere coperte dal contribuente: peraltro è quasi inevitabile che, essendo un certo numero di amministratori scelti per meriti politici, e non di competenza ed essendo le scelte gesti onali influenzate da motivi elettorali e di consenso anziché di efficienza, la redditività delle imprese pubbliche ne abbia a soffrire. E ciò a voler dimenticare i fenomeni di corruzione quali quelli che esplosero ai tempi di Tangentopoli, ma che riempiono costantemente ancora oggi le pagine dei giornali.
La mano dello Stato, inoltre, tende a proteggere i monopoli di sua proprietà anche per la contiguità tra regolatori e regolati, tutti e due, in ultima istanza, nominati dallo stesso potere politico. La vecchia polemica sul fatto che si debba prima liberalizzare e poi privatizzare, è malposta. Meglio sarebbe liberalizzare in anticipo, ma finché il governo è azionista di maggioranza tenderà a bloccare la concorrenza: non è un caso che servizi idrici, postali, ferroviari e del trasporto pubblico locale occupino gli ultimi posti in classifica dell' "indice delle liberalizzazioni" preparato annualmente dall'Istituto Bruno Leoni.
Non c'è che l'imbarazzo della scelta: una quantità enorme di immobili; partecipazioni azionarie del Tesoro in società come Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Rai, Poligrafico dello Stato, Cinecittà, Sogei, Sace Poste, Anas e Ferrovie, molte delle quali operano già in concorrenza con privati; una miriade di municipalizzate.
Il professor Monti spieghi bene agli italiani lo svantaggio di mantenere intatti questi pascoli riservati alla politica e poi proceda con celerità e coraggio.
Liberalizzazioni: Palazzo Chigi non perda molto tempo con la modifica della Costituzione così come l'aveva elaborata il precedente governo. Era astrusa, mentre, se proprio sivuolfare qualcosa, siintroduca direttamente il principio contenuto nella Carta europea e stabilito nel Trattato diMaastricht: "L'Italia è un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza", giacché una simile formulazione basterebbe a spazzare via tutte le leggi-lacciuolo che bloccano il Paese.
Nel frattempo, il governo adotti subito quanto di positivo c'era nel decreto di Ferragosto e nella legge di stabilità del governo Berlusconi, sfrondando le norme ivi contenute da tutti quei distinguo che le rendevano soggette ad eccezioni o contenziosi: ad esempio, l'articolo 9 del decreto di Ferragosto stabiliva che le restrizioni all'accesso di attività economiche che limitavano il numero di esercizi in un determinato territorio erano abrogate salvo che"tale numero sia determinato, direttamente o indirettamente sulla base della popolazione o altri criteri di fabbisogno". Oppure, singole attività economiche potevano essere escluse dall'abolizione delle restrizioni con decreto del governo se la limitazione era "funzionale aragioni di interesse pubblico" o "ragionevolmente proporzionata all'interesse pubblico cui è destinata". Con eccezioni così, quando mai si applicherà la regola?
Infine gli ordini professionali. Monti ha detto qualcosa che in linea di principio è giusta: a lui piacciono le consultazioni aperte e trasparenti in stile europeo. Si pubblica un bel Libro Verde con le proposte dell'esecutivo lasciando un mese o due a tutti gli interessati per commentarle. Dopodiché segue un bel Libro Bianco, altre contro deduzioni ed infine si emana la norma. Corretto: tuttavia in Italia è dai tempi del ministro Clelio Darida, quasi 30 anni fa, che si parla di riforma degli ordini, passando per progetti di ogni tipo, da Mirone a Metti, da Mastella a Tremonti. I professionisti hanno fatto conoscere il loro punto di vista in tutte le salse, la Commissione europea pure. Alcuni principi fondamentali, quali la conferma dell'abolizione delle tariffe e l'ammissione delle società di professionisti, sono già contenute nel decreto ferragostano e nella legge distabilità: insomma quello che c'è da sapere si sa.
Poiché il governo tecnico non se ne andrà dans l'espace d'un matin ma non è eterno, non ponzi troppo prima di deliberare: è stato capace di tassarci ben bene in 17 giorni, dimostri la stessa solerzia nel liberare l'economia dai troppi gioghi che la bloccano.
Da La Repubblica, 6 dicembre 2011