«Ecco il programma del nuovo governo»
L'economista Nicola Rossi, Presidente IBL, spiega quali misure servono per superare l'emergenza
Tra le tante non-decisioni di cui governo e Parlamento attuali sono colpevoli ce n'è una provvidenziale: non aver accettato le dimissioni di Nicola Rossi da senatore. Raro esempio di lucidità critica e autonomia intellettuale, il parlamentare pugliese è stato prima celebrato e ricandidato dal Pd veltroniano, dopodiché il partito ha accuratamente evitato di ascoltarne le proposte. Fino al punto da fargli passare la voglia. Dopodiché l'aula di Palazzo Madama si è rifiutata di controfirmare l'istanza. È preferibile che il senatore Rossi resti dov'è e che una nuova stagione di governo responsabile si serva del suo contributo. Intanto resta uno dei pochi in grado di dire con cognizione di causa cosa dovrebbe fare un esecutivo di unità nazionale. E per questo è con lui che liberal prova a indicare i punti cardine di un programma che un governo del genere dovrebbe assumere.

La leadership. La prima questione da dirimere riguarda la consistenza della svolta che il Paese ha davanti. Se davvero le esortazioni contenute nella famosa lettera inviata dalla Bce ad agosto - e poi fatte proprie dal governo con la contromissiva di due settimane fa - sono la base programmatica per qualunque futuro governo. Non solo per quell'esecutivo di unità nazionale che potrebbe nascere nelle prossime ore, ma anche per chi si candiderà a guidare il Paese dopo. Secondo Rossi quelle politiche suggerite da Francoforte e in generale da tutti gli interlocutori potrebbero tranquillamente essere lo scheletro di un programma politico futuro. Da lì si potrebbe partire anche nel 2013 dopo una fase di responsabilità nazionale, «a condizione che quelle politiche trovino una leadership in grado davvero di interpretarle». Non sta in piedi, o in ogni caso è fuorviante, la tesi per cui un cambio di rotta così profondo possa avvenire solo se a determinarlo c'è un governo tecnico privo di responsabilità elettorale. «Non è vero. Serve appunto una leadership che faccia quello che nessun leader ha fatto negli ultimi quindici anni. Dire cioè qual è la situazione reale e presentare le politiche necessarie per contrastarla non come lacrime e sangue, ma come un'opportunità per tornare a crescere e creare opportunità di lavoro».
La prima rivoluzione è dunque auspicabile che si realizzi nella classe dirigente. Si deve parlare chiaro, anzi, come dice il senatore Rossi, «trovare chi abbia voglia e capacità di compiere un'operazione pedagogica. Niente sondaggi o studi capziosi sulle aspettative immediate dell'elettorato ma verità ed efficacia. È l'impronta che distingue un politico qualsiasi dallo statista». Altro che governo senza volto, dunque, casomai «un leader che sappia restituire al Paese un'idea di se stesso, del futuro». E che insomma sappia cogliere la vera sostanza di questo cambio di fase: e cioè il fatto che, come osserva giustamente il parlamentare, «nelle politiche da attuare per affrontare la crisi non prevale il vincolo ragioneristico: quello magari c'è ma non è importante quanto la necessità di aprire davvero il Paese a una strada e una prospettiva diverse». Non un tecnico, dunque, ma neppure «uno dei leader che sono stati priotagonisti degli ultimi quindici anni, da una parte e dall'altra. Non è una questione di meriti e demeriti. Ma del rischio di apparire consumati agli occhi della pubblica opinione».

Il patrimonio pubblico. Impegnativa per chiunque, la piattaforma indicata dall'Europa, secondo Rossi, va assunta secondo una scala di priorità. Che a suo giudizio non vede il nodo previdenziale al primo posto. «È vero, siamo tra i pochissimi in Occidente ad avere ancora l'istituto delle pensioni di anzianità. Ma il primo fronte su cui intervenire è quello degli stock, cioè del patrimonio pubblico. Serve un piano di alienazioni molto ampio. Non una svendita, ovviamente, ma un programma che consenta di abbattere il debito in tempi rapidi. Si tratta di liberarsi di un patrimonio che è improduttivo o inutilizzato. I mercati non vogliono più sentir parlare di vicende come quella della Milano-Serravalle o delle tante società a partecipazione pubblica i cui cda sono presidiati dalla politica. Si deve intervenire con grande decisione, ci sono tanti enti e società di dubbia utilità o comunque da mettere sul mercato». Anche la Rai, in parte. «Se si liberasse di due reti non credo che sarebbe un dramma, considerato il nuovo assetto del frequenze. E in generale l'intervento di privatizzazione delle società partecipate è la via primaria per l'abbattimento dei costi della politica». Va toccato dunque il vero snodo della «intermediazione politico-burocratica».
Costi della politica e pensioni. Scontato a quel punto passare alla «riduzione dei livelli decisionali e amministrativi: se la migliore traduzione possibile di questa idea è l'eliminazione delle province, che si eliminino le province. Dopodiché c'è un'ampia e ben nota sequenza di riforme istituzionali necessarie, dalla riduzione del numero dei parlamentari in poi. Ma solo dopo aver fatto questo, cessione di quote del patrimonio pubblico, società partecipate e riduzione degli enti, si potrà affrontare il capitolo pensionistico».

Riforma fiscale. Un governo che voglia aprire una strada nuova dovrebbe occuparsi, secondo Nicola Rossi, di «spostare l'imposizione fiscale dal lavoro e dalle imprese, che non vuol dire necessariamente aggravare l'Iva, ma reperire risorse piuttosto dai contributi alle imprese. Se chiedete a un imprenditore di scegliere tra i contributi pubblici e l'eliminazione dal costo del lavoro della base imponibile dell'Irap, opterà per la seconda senza ombra di dubbio». Altra strada percorribile è quella di una «leggera patrimoniale che si applichi solo sui patrimoni grandi, con cui finanziare un abbattimento delle aliquote imposte sui redditi di fascia iniziale, quelli più in sofferenza. Alzare l'Iva non sarebbe davvero necessario e comunque è sbagliato il modo in cui lo ha fatto questo governo, senza cioè una simultanea riduzione delle tasse su persone e imprese».

Università, scuola, sanità. Qui Nicola Rossi suggerisce un cambio di approccio. Più che pensare a riformare i «comparti essenziali» della spesa pubblica, si deve «entrare nell'ordine di idee che per dieci-quindici anni ancora le risorse andranno centellinate, c'è un debito da ridurre e questo può avvenire se lo Stato smette di fare ciò che non è essenziale e si concentra appunto solo su quello che lo è. A cominciare dalla scuola». L'unica vera riforma, sui capitoli cruciali e irrinunciabili della spesa, è dunque trovare le necessarie risorse.

Mercato del lavoro. Il parlamentare pugliese ritiene che una novità da introdurre consisterebbe anche in un più profondo rispetto dei cittadini, della pubblica opinione. Sia nel senso che non va ripetuta «l'inaccettabile vicenda del referendum, con cui un tema come la liberalizzazione dei servizi pubblici essenziali è stata affrontata da parte della sinistra con una campagna demagogica all'insegna della negazione della verità e un altrettanto colpevole silenzio da parte del centrodestra», ma anche nel senso di un modo più serio e meno furbesco di «proporre riforme come quella del mercato del lavoro. Piuttosto che giocare con le parole come ha fatto il governo, non sarebbe stato più efficace dire da subito che si voleva seguire la strada indicata da Ichino? E cioè che si deve intervenire innanzitutto per mettere fine al fenomeno del precariato così come è oggi?». C'è da spaventarsi o no, davanti a tutto questo? «Maggioranza e opposizione non possono fuggire la sfida di un governo di responsabilità nazionale, devono assumersi quest'onere. Anche perché da una parte abbiamo un governo che mi pare non esserci da tempo, ma dall'altra i mercati sono preoccupati per un'opposizione che, nel momento in cui cadesse l'esecutivo attuale, non saprebbe cosa fare».

Da Liberal, 9 novembre 2011
Privacy Policy
x