Spesa sanitaria, in Italia la svolta non è nell'aria
Volente o nolente, la politica dovrà ricominciare ad interrogarsi su un'antica questione: che cosa deve, che cosa non deve fare lo Stato?

Il Ministro Tremonti si è impegnato a mettere mano a una manovra correttiva da 40 miliardi di euro, nel biennio 2013-2014. É una manovra più pesante di quelle degli anni Novanta, che richiede – come ha notato il direttore generale della Confindustria, Giampaolo Galli, sul Sole 24 Ore – qualcosa di più di un semplice “aggiustamenteo in corso d'opera”.
É dalla fine della prima repubblica che i governi italiani sono continuativamente impegnati nel fronteggiare il dissesto dei fronti pubblici. Gli sforzi fin qui messi in campo è probabile che non bastino più, nel momento in cui su tutta l'Europa incombe l'ombra dell'effetto-domino che potrebbe avere un fallimento sovrano (Grecia e Portogallo).

Volente o nolente, la politica dovrà ricominciare ad interrogarsi su un'antica questione: che cosa deve, che cosa non deve fare lo Stato?
L'invecchiamento della popolazione determina, in prospettiva, un aumento e non una diminuzione della spesa sanitaria. Inoltre, se in molti campi l'innovazione tecnologica porta ad un abbassamento dei costi, non è così chiaro che questo debba essere il caso anche nella fornitura di cure mediche. Nel corso dell'ultimo secolo, la medicina è passata dallo studio “artigianale” alla fase “industriale”: richiedendo investimenti all'altezza di trattamenti sempre più complessi.
Anche la sanità, allora, dovrà essere toccata? Fino ad oggi, la spesa sanitaria è stata tenuta sotto controllo in modo poco trasparente? In passato, si è scelta la via del razionamento tramite liste d'attesa: l'inefficienza del sistema è stata usata come calmiere. Oggi, optare apertamente per un razionamento delle cure offerte sarebbe sommamente impopolare, e probabilmente impossibile nell'attuale quadro politico.
Ma ci sono altre opzioni? Esistono modelli differenti. L'Olanda ha portato la spesa sanitaria del tutto fuori dal perimetro della spesa pubblica, “intermediandola” tramite un sistema di assicurazioni private in concorrenza.
Il servizio è universale: c'è l'obbligo di assicurarsi, alla stregua di quanto accade oggi in Italia con la RC auto. Lo Stato sussidia direttamente i meno abbienti, e si assicura che a nessuno manchi l'accesso alle cure.

Tuttavia, sono le singole assicurazioni ad interfacciarsi con le strutture (pubbliche o private) che erogano le cure. I cittadini possono cambiare polizza una volta l'anno: il fatto che esista concorrenza fa sì che gli assicuratori siano incentivati ad offrire coperture in linea con le aspettative delle persone. Esiste un regolatore, che controlla le transazioni tra erogatori e pagatori: il senso della “riforma olandese” è accompagnarle verso un regime pienamente contrattuale, e non più basato su tariffe determinate dallo Stato.
Il “modello olandese”, ancora di più di quello lombardo, investe sulla libertà di scelta dei cittadini. Che è garantita, assieme al servizio universale, in un contesto che però stimola all'efficienza e alla riduzione degli sprechi.

É possibile una “svolta” del genere, in Italia? Certamente non è nell'aria. Tagli alla spesa pubblica e “federalismo fiscale” si incroceranno, andando in tutt'altra direzione.

Per sistemare i conti del Sud, il tacito consenso che si respira nelle stanze del potere è che serva un dirigistico pugno di ferro, non fare assegnamento sulle forze di mercato.
E tuttavia i decisori politici dovrebbero chiedersi se gli costerà di più, in termini di consenso, una infinita serie di “aggiustamenti”, oppure una singola grande riforma, alla olandese, per l'appunto. Dare l'impressione che le riforme non siano in agenda non è sempre una strategia brillante, per vincere le elezioni.

Da Mondosalute - Lombardia, Luglio 2011


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