Al San Raffaele la libertà la garantisce chi paga, non i pochi "illuminati"
Gli studiosi che profetizzano lo scippo della libertà per paura del nuovo azionista vaticano, mascherano il proprio interesse immediato da teoria della libertà
Al direttore - Quando si parla di libertà di ricerca, il riferimento dovrebbe essere a un attributo del sistema: non delle singole realtà che ne costituiscono gli snodi. La libertà di sperimentare è essenziale non solo al progresso scientifico, ma anche a quell'evoluzione dei modelli organizzativi che, di norma, viene prodotta solo dai mercati. Esistono sempre imprese male organizzate. Accettare il mercato è ammettere che quale sia il modello giusto e quale quello sbagliato lo si capirà solo poi: alla prova del vituperato lungo periodo. Vale per la governance delle imprese quel che vale per i programmi di ricerca. Più sono gli approcci che vengono tentati, e più velocemente riusciremo a scartare quelli che non funzionano.

Ma non c'è nulla di sbagliato, di per sé, nel dire che certe cose una certa impresa non le fa e non le vuole fare. Gli studiosi che, beneficiati sino a oggi dalla largesse di don Verzé, profetizzano lo scippo della libertà per paura del nuovo azionista vaticano, mascherano il proprio interesse immediato da teoria della libertà. Se così non fosse, dovrebbero ammettere che la libertà comprende anche la libertà di essere conseivatori. Così come non può prescindere dalla responsabilità di rispondere, in solido, delle proprie scelte.

Un laico può sentire una certa affinità con l'eretico don Luigi. Ma l'avere alcune convinzioni non implica il diritto di scaricarne il costo sulla collettività, o sugli azionisti. La libertà che andrà difesa con le unghie e con i denti, nel caso San Raffaele, non è quella dei fiori all'occhiello che don Verzé si è negli anni appuntato sul clergyman. E' la libertà di un sistema, quello lombardo, che con molti problemi è riuscito a coniugare libertà di scelta e accesso alle cure. Un sistema che verrà, per l'ennesima volta, messo alla gogna nel momento in cui. crolla uno dei suoi simboli.

L'eccellenza delle cure e l'umanità del servizio caratteristici della grande opera di don Verzé precedono l'innovazione istituzionale che ha consentito alla Lombardia di sperimentare un modello in cui pubblico e privato operano su base pressoché paritaria. I privati gestiscono ospedali, non solo cliniche che operano in nicchie a bassa complessità. Questo approccio ha consentito operazioni di ristrutturazione di ospedali a un passo dall'abisso, rimessi in sesto da liberi imprenditori. La differenza fra strutture pubbliche e private è evidente in un dato: pagati sulla base degli stessi Drg, o Raggruppamenti omogenei di diagnosi, gli uni hanno bisogno di essere rifinanziati a fine anno dall'azionista pubblico, gli altri fanno profitto.

Il San Raffaele è un'eccezione, una costellazione di "cose" le più varie e lontane dal business (che è quello di curare i malati), un tipico caso, ce lo raccontano ogni giorno i quotidiani, in cui l'entusiasmo del fondatore è andato a detrimento del suo senso della misura. Eppure, in certi ambienti, è stato per anni l'unica eccezione scusabile rispetto a un contesto in cui la cura dei malati non escludeva il profitto. Proprio perché il profitto, sterco del diavolo, serviva a concimare altri terreni che quelli più tipici dell'azienda ospedaliera. E invece il fatto che il San Raffaele sia un ospedale di diritto privato tutela i cittadini lombardi, che non saranno chiamati a ripianarne le perdite. Il sale della terra, in un mercato, è che chi rompe paga e i cocci sono suoi. La libertà di sbagliare e il principio della responsabilità del propri errori non sono messi in discussione, ma appaiono ancora più centrali. Inesistenza di concorrenti privati è la migliore garanzia che le risorse umane di valore saranno presto riassorbite. L'alternativa, anche in sanità, è un mondo in cui domina l'azzardo morale: giocare felici con i quattrini degli altri.

Da Il Foglio, 26 luglio 2011
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