La dipendente in coma? Non può salvarla l'azienda
Chi si indigna per il licenziamento della donna in stato vegetativo fa solo demagogia: una ditta non può sostituirsi allo Stato nella tutela di chi soffre
Ha già sollevato molte accese polemiche l'episodio della donna di Bergamo che, essendo in coma da più di un anno, è stata licenziata dall'azienda produttrice di materie plastiche dalla quale era stata assunta in qualità di operaia. Si può discutere sullaforma (in particolare, sul freddo linguaggio utilizzato nella lettera indirizzata alla dipendente) e certamente, in casi come, questi, sarebbe buona cosa che si facesse ricorso a tutte le precauzioni e le cautele possibili: considerando quale dramma sta vivendo la famiglia e come questo intervento possa collocarsi in un quadro già terribile.

I sindacati che hanno però pensato di cavalcare la vicenda usando toni scandalistici stanno facendo solo bassa demagogia. Perfino secondo le leggi italiane, è il caso di chiarirlo, un'assenza dal posto di lavoro che sia causata da una malattia e duri di più di un anno giustifica l'interruzione del legame contrattuale. Non c'è stato quindi nessun abuso, ma solo l'applicazione di norme in vigore.

Nel merito, quello che bisogna chiedersi è se il sostegno da dare a una donna che si trova in tali condizioni (e alla sua famiglia) spetti all'azienda: anche se questo può comportare - specie nel caso di attività piccole o piccolissime - andare incontro a difficoltà enormi, che in certi casi possono significare la chiusura. Per quale motivo assumere un lavoratore dovrebbe comportare farsene carico anche in eventualità di questo tipo? E ragionevole che l'assistenza ai più deboli venga trasferita, quale onere aggiuntivo, sulle spalle delle imprese?

Nell'Europa del diciannovesimo secolo e dei secoli precedenti, le strutture che avevano il compito di soccorrere i più deboli erano tutt'uno con la comunità locali. A quel tempo, pur in un quadro di povertà generalizzata e quindi con tutti i limiti che si possono immaginare, una famiglia che si fossetrovatainuna situazione analoga sarebbe stata soccorsa dalle parrocchie e dalle società di mutuo soccorso, dalle comunità di villaggio e dalle associazioni caritatevoli. Ancora oggi vi sono casi di imprese che, in casi simili a quello che stiamo esaminando, sanno adottare uno spirito filantropico e sanno andare al di là deiloro impegni contrattuali: nella convinzione che dal rapporto di lavoro sia emerso qualcosa in più e che sia quindi opportuno aiutare in tutti i modi il dipendente in difficoltà.

Si tratta, però, di una generosità che non si può imporre. Specie se si considera che, in questo nostro mondo che ha statizzato assistenza e previdenza, è in larga misura venuta meno la capacità di saper offrire risposte che emergano dal basso, direttamente dalla società civile. Nonostante quello che si dice, l'alta pressione fiscale e la forte regolazione di ogni ambito fanno sì che in Italia il volontariato sia ormai poca cosa. Non facciamoci ingannare dalle inchieste demoscopiche e dalle nude cifre degli aderenti a questa o quella associazione. Il dato vero e incontrovertibile è che gli ambiti essenziali della nostra esistenza - dall'educazione all'assistenza, dalla sanità alla previdenza - sono ormai ad appannaggio dello Stato.

Se le cose stanno in questo modo, è allora ragionevole che una situazione come quella della giovane donna bergamasca gravi sulla fiscalità complessiva, e non già sui conti della singola impresa. Se gli statalisti di ogni colore vogliono che il potere pubblico si occupi di ogni cosa e controlli ogni sfera della nostra vita, fino al punto di sottrarci più del 50 per cento di quanto produciamo, poi non possono pretendere che noi si disponga delle risorse morali e finanziarie necessarie ad affrontare tali drammi. Né possono mettere in croce questa o quella impresa che, nonostante tutto, si sforza di stare in piedi e produrre ricchezza.

Da Il Giornale, 15 luglio 2011
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