Il socialista Tremonti è per lo Stato mamma
Il debito pubblico–come mostra il debt clock sul sito IBL–l'abbiamo fatto salire anno dopo anno, infischiandocene del carico globale
La ragione immediata dell'ispirazione della manovra l'ha ottimamente schizzata Vittorio Feltri in un suo editoriale della scorsa settimana: «Giulio Tremonti è un socialista, ha una mentalità diversa da quella di Silvio Berlusconi, e non ci sta a smontare lo Stato mamma. La sua preoccupazione è che i cittadini non siano privati della sicurezza di essere tenuti per mano dalla culla alla tomba. Quindi il ministro non limerà mai la spesa pubblica che assorbe più risorse di quante ne produciamo; e per pareggiare i conti punta sull'aumento degli introiti. E come si possono aumentare gli introiti se non tassando di qua e di là secondo lo schema adottato dalla Prima e dalla Seconda Repubblica?». Ma la ragione prima, vera e profonda della crisi sta proprio nel cosiddetto Stato sociale, cioè nello Stato che i socialisti hanno edificato in Europa dall'Ottocento in poi, influenzando o facendosi influenzare da altre correnti di pensiero politico, dal mondo cattolico ai regimi autoritari, dal comunismo al liberalismo cosiddetto sociale.
Che cosa hanno fatto governi e parlamenti, nei decenni passati? Hanno mirato a creare quello che si definisce Welfare State, ossia una ciclopica macchina che, deresponsabilizzando l'individuo, mira a fornirgli fonti plurime di benessere. Senza possedere la ricchezza di altri Paesi, e per di più disponendo di un apparato pubblico tradizionalmente inefficiente (ricordiamoci la perfida annotazione di don Luigi Sturzo sull'incapacità statale di tenere una bottega da ciabattino), abbiamo preteso di fornire servizi sovente con costi nordici e rendimenti africani.
In tal modo abbiamo elargito pensioni a chi ne avrebbe avuto solo parziale diritto, abbiamo largheggiato con i contributi "figurativi" (che agiscono solo in uscita per lo Stato), abbiamo adottato i prepensionamenti come sistema abituale per alleggerire tensioni sociali, abbiamo concesso di smettere il lavoro a cinque, dieci o quindici anni meno di quel che si sarebbe dovuto. Ancor oggi non si riesce a pareggiare l'età pensionabile delle donne, che vivono di più, a quella degli uomini.
Non si tratta solo delle pensioni. Dilatate dapprima all'inverosimile le scuole medie superiori, abbiamo creato l'università in ogni capoluogo, poi in ogni centro maggiore, e oggi c'incamminiamo all'ateneo di quartiere. Nel'78, vigente il compromesso storico, abbiamo generato il mostro socialista per eccellenza: il servizio sanitario nazionale (e non si dica che l'ispiratore lontano era un liberale, lord Beveridge: siamo soliti definire liberale pure uno schietto bolscevico come Piero Gobetti). Abbiamo preteso di pagare tutto a tutti. Naturalmente a spese di tutti, indebitandoci per l'avvenire.
La conseguenza è stata la crescita incessante della spesa sanitaria, pessimamente gestita e non controllata. Eppoi possiamo proseguire con tante altre pubbliche elargizioni, che spaziano dagli asili alle sagre paesane, dai trasporti sottocosto (addirittura gratuiti, come nella Bologna dei tempi d'oro dell'amministrazione comunista) agli incentivi sotto i più vari pretesti. Questo Stato sociale è cresciuto in maniera incontrollata tanto nelle spese quanto nelle entrate, con manovre incessanti, che al presente possiamo considerare, nell'insieme, un esproprio. Quando metà della ricchezza nazionale se ne va in spesa pubblica, il singolo è in condizioni di schiavitù.
Il debito pubblico l'abbiamo fatto salire anno dopo anno, infischiandocene del carico globale. Bisognava, da un lato, pagare gl'interessi per le spese già sostenute, dall'altro, reperire introiti a qualsiasi costo per tenere in vita i servizi affidati alla classe politica nazionale, regionale e giù giù fino ai comuni di quaranta abitanti. Siamo così arrivati a un debito pubblico che ha superato i 1.904 miliardi di euro (si veda, sul sito dell'Istituto Bruno Leoni, il conta debito, che sale ogni secondo senza mai arrestarsi).
Naturalmente tutto questo non si può dire. Non si può dire ai cittadini, che sono elettori, che la ricreazione è finita, che l'unico sistema per salvare la baracca non consiste nell'ennesima manovra, cioè nella sottrazione di ricchezza privata, bensì nello smantellamento di quello Stato che non può, così, sopravvivere. Non si può dire che non si possono più elargire i servizi che per decenni sono stati dati e i cui costi, per soli interessi, ci stanno affossando.
Le pensioni dovrebbero essere pagate con sistemi di capitalizzazione, e a età sempre più spostate in avanti; ma anche questo non si può dire. Le assicurazioni private, in parte facoltative, dovrebbero sostituire le concessioni pubbliche; ma ci si bada bene dal dirlo. Eppure negli Stati Uniti, rimasti in larga misura immuni dalla socialdemocratizzazione che si ha vinto nelle società europee, oggi il presidente Barack Obama deve scendere a patti con i repubblicani che, giustamente, non vogliono nuove tasse, ma pretendono che l'apparato pubblico arretri e che lo Stato sociale, pessima invenzione del Vecchio Mondo trasbordata oltreatlantico, sia contenuto. Da noi, il socialista Tremonti continuerà a tenere immutato lo Stato sociale (o socialista?), con l'avallo di socialisti dichiarati, di tutti i partiti, e la tolleranza di liberali (a parole) come il presidente del Consiglio.
Da Italia Oggi, 14 luglio 2011